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Maltrattamenti in famiglia. Assoluzione e derubricazione grazie alle indagini difensive.

Maltrattamenti in famiglia. Assoluzione e derubricazione grazie alle indagini difensive.

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Quando si viene accusati di un reato grave come i maltrattamenti in famiglia, la percezione iniziale è quella di una situazione compromessa. In realtà, nel processo penale, nulla è già deciso: la differenza, in questo caso, l’ha fatta la strategia difensiva.

Questa esperienza dimostra in modo concreto come un’attenta, mirata e precisa difesa penale possa ribaltare un’accusa estremamente pesante che prevede, da codice, una pena che è anche ostativa a qualsivoglia ipotesi di forma alternativa alla detenzione in carcere in caso di condanna. Quindi, se il mio assistito fosse stato ritenuto responsabile del reato contestato, si sarebbero aperte le porte del carcere.

Il punto di partenza.

L’ipotesi accusatoria era di maltrattamenti in famiglia aggravato dalla presenza dei minori con la contestazione della recidiva.

Tizio (il mio cliente) e Caia (la presunta vittima) avevano avuto una relazione di qualche anno nella quale era nata una bambina. Il procedimento nasceva da una denuncia di maltrattamenti in famiglia ex art. 572 c.p. comma 2, sporta da Caia a cui si aggiungeva la recidiva per un reato di altra tipologia commesso anni prima.

In particolare, Caia riferiva una situazione di sistematica violenza fisica e psicologica, descrivendo condotte aggressive con cadenza inizialmente mensile e poi, dal 2023, settimanale. Tali condotte erano state descritte in: schiaffi al viso, calci sulle gambe con conseguenti lividi, danneggiamento di arredi domestici (infrazione della vetrata della porta d’ingresso, smontaggio dello scaldabagno, stacco dei televisori dal muro), sottrazione del telefono cellulare, nonché minacce verbali gravi. La persona offesa dichiarava altresì di non aver mai sporto denuncia in precedenza per ragioni affettive e per timore, precisando di temere per la propria incolumità in quanto Tizio la minacciava di bruciarla viva e di buttarle giù la casa.

Sulla base di queste accuse preliminari veniva applicata a Tizio la misura cautelare del divieto di avvicinamento. Tale divieto è stato violato e, pertanto, la misura subì un aggravamento della con l’applicazione degli arresti domiciliari. Il periodo degli arresti domiciliari è stato di 1 anno durante il quale Tizio ha ottenuto permessi per lavorare.

La versione del mio assistito.

Come spesso accade, il proprio assistito fornisce una versione diametralmente opposta negando qualsiasi forma di maltrattamento. In particolar eriferiva di un degrado sociale nella quale precisava che Caia faceva uso di sostanze stupefacenti e che era assolutamente incapace a badare alle più basilari esigenze di vita della figlia. Infatti, nonostante il divieto di avvicinamento, Caia chiedeva a Tizio di farle la spesa, e di provvedere alle faccende domestiche ecc. A dire di Tizio, in una occasione nella quale si era addormentato con la figlia sul letto, dopo aver portato la spesa, Caia aveva chiamato le forze dell’ordine e queste al loro arrivo non potevano che confermare la violazione dell’obbligo di allontanamento.

La mia attività, la strategia difensiva, le indagini difensive e ricostruzione dei fatti

In casi come questo, il ruolo dell’avvocato penalista non può limitarsi alla gestione passiva del processo. Dalla lettura degli atti mi aveva incuriosito una circostanza. Ovvero nell’unica occasione in cui Caia lamentava di essere stata presa a schiaffi e pugni sul volto, era stata chiamata l’ambulanza e le forze dell’ordine. Caia non si fece portare al Pronto Soccorso. Il giorno dopo ci andò di sua spontanea volontà (fece l’accettazione) ma quando arrivò il suo turno non si fece visitare.

È stato quindi impostata una strategia ed avviato avviato un lavoro mirato di indagini difensive, fondamentale per verificare la coerenza delle dichiarazioni accusatorie (in particolare per quell’episodio) e raccogliere elementi a favore dell’imputato per costruire una linea difensiva solida e credibile.

In particolare, tramite l’acquisizione documentale, ho chiesto al servizio ambulanze il verbale dell’intervento. Ricevuto questo ho potuto verificare che nella parte dell’anamnesi non era riportato nulla (come segni sul viso o altro). Di conseguenza ho notificato all’infermiera intervenuta, un invito a comparire per essere sentita a sommarie informazioni. L’infermiera escussa ha confermato che non vi erano segni sul volto o altri segni che potessero lasciar presumere ad una violenza fisica subita.

Contestualmente a detta attività ho acquisito le telefonate effettuate al 112 nelle varie occasioni di litigio con le quali si chiedeva l’intervento delle forze dell’ordine. Durante le telefonate si sentiva chiaramente che Tizio era calmo, mentre Caia era in escandescenza, insultava Tizio e lo aggrediva fisicamente.

Da ultimo, ma non meno importante, essendoci un procedimento dinnanzi al Tribunale dei Minori per verificare la capacità genitoriale di Tizio e di Caia, ho reperito anche le relazioni psicologiche di entrambi

Tutta questa documentazione ottenuta mediante le indagini difensive è ovviamente entrata a far parte del processo.

Lo svolgimento del processo

Il processo si svolge dinnanzi al V collegio del Tribunale penale di Roma ed è stato relativamente veloce in quanto, Tizio, si trovava ancora agli arresti domiciliari. Tutta l’attività difensiva acquisita era mirata a far emergere l’inattendibilità di Caia, mettendo in evidenza tutta una serie di contraddizioni sia interne al suo stesso narrato, che con quello che era emerso dalle indagini difensive

Il primo importante risultato: già con la sentenza di primo grado c’è stata l’esclusione del reato di maltrattamenti in famiglia

All’esito del giudizio di primo grado, il Tribunale ha accolto l’impostazione difensiva ritenendo che mancasse una condotta vessatoria abituale, che non era stato provato un regime di vita mortificante e che gli episodi emersi e lamentati da Caia erano espressione di litigi e conflittualità reciproca. Al contrario, era emerso che gli atteggiamenti aggressivi erano reciproci e anzi più spesso erano posti in essere dalla donna.

Il fatto, pertanto, è stato riqualificato in ipotesi molto meno gravi (minaccia aggravata e percosse), segnando un primo, fondamentale risultato. Questo ha comportato anche la liberazione di Tizio che si trovava da oltre un anno agli arresti domiciliari. La pena comminata è stata di 1 anno e 2 mesi di reclusione (scarica la sentenza).

Il secondo importante risultato in appello: Assoluzione per il reato di minaccia aggravata

All’esito del giudizio di primo grado, ho quindi predisposto l’atto di appello che evidenziava differenti valutazioni della sentenza a mio parere non corretti. In particolare, mi sono concentrato sulla insussitenza del reato di minaccia aggravata e della mancanza di elementi certi per quello di percosse.

La Corte accoglieva il motivo relativo alla insussistenza del reato di minaccia aggravata, rilevando che la sentenza impugnata non forniva adeguata motivazione sugli elementi di fatto posti a fondamento della ritenuta sussistenza di tale reato. Dall’esame degli atti, infatti, emergeva che la persona offesa non riferiva di minacce a lei indirizzate, ma di condotte violente nel contesto di litigi di coppia, precisando che l’imputato “reagiva male” e le diceva “parolacce”. Il riferimento a espressioni scurrili non consentiva di ritenere che tali espressioni avessero avuto un contenuto minaccioso. La Corte pronunciava pertanto assoluzione dal reato di cui all’art. 612, comma 2, c.p. perché il fatto non sussiste (scarica la sentenza). Confermava invece la sentenza per quanto riguardava il reato di percosse.

Questo ha ridotto ulteriormente la pena a soli mesi 4 di reclusione che, ovviamente, Tizio non sconterà mai avendo un presofferto degli arresti domiciliari di 1 anno

Conclusione

Questo caso dimostra un principio fondamentale del diritto penale: la verità processuale non coincide con quella narrate nella denuncia, ma si costruisce attraverso il confronto tra accusa e difesa durante il dibattimento. È in quest’ambito che le indagini difensive e una strategia fanno la differenza. Le indagini difensive non sono un elemento accessorio ma uno strumento essenziale per ricostruire i fatti, individuare e far emergere contraddizioni della persona offesa, valorizzare gli elementi trascurati dall’accusa e, non ultimo, offrire al giudice una lettura alternativa dei fatti.

Partire da un’accusa di maltrattamenti in famiglia e giungere a una responsabilità residuale per fatti episodici non è un esito casuale, ma il risultato di un lavoro difensivo strutturato.

Nel processo penale, la differenza non la fanno solo le norme, ma il modo in cui vengono utilizzate.
E, soprattutto, la capacità di trasformare gli atti in prova difensiva concreta.

Chiedi una consulenza.

Ogni caso di accusa di maltrattamenti in famiglia ha specificità uniche: contattami (clicca qui) per un’analisi preliminare e capire con una consulenza, quali strategie difensive sono realmente percorribili.

F.A.Q. Avvocato penalista Roma maltrattamenti in famiglia

Il reato di maltrattamenti in famiglia è procedibile a querela o è procedibile di ufficio?

Il reato di maltrattamenti in famiglia è procedibile di ufficio. Questo significa che se una persona dovesse sporgere la denuncia, e quindi far partire l’iter processuale, non avrà più la possibilità di interromperlo. Infatti, accade spesso, che sull’onda della rabbia e della frustrazione una persona sporga la denuncia. Dopo qualche mese che gli animi si sono calmati chiedono all’avvocato penalista di fermare il processo. Ma questo oramai non è più possibile.

Come posso fare la denuncia a Roma?

Per sporgere la denuncia è necessario recarsi presso un Commissariato di Polizia, presso una Stazione dei Carabinieri oppure direttamente presso una Procura della Repubblica (su appuntamento) che si trova a P.le Clodio. Ci si può rivolgere anche ad un avvocato penalista a Roma il quale potrà accompagnarvi per il deposito oppure potrà pensare a tutto lui mediante il deposito telematico.

Se vado in ospedale a causa dei maltrattamenti e dico al medico che sono stata maltrattato/a, equivale a denuncia?

Si, il medico di pronto soccorso, nell’esercizio delle sue funzioni è un pubblico ufficile ed ha l’obbligo di trasmettere la notizia di reato agli organi competenti

Quali sono le pene previste per il reato di maltrattamenti in famiglia?

A seconda delle specifiche condotte le pene vanno da tre a sette anni di reclusione per l’ipotesi non aggravata; per poi innalzarsi fino alla metà se i fatti sono commessi in danno o in presenza di minori, donne incinta o persone disabili; se dal fatto deriva una lesione grave la pena è da quattro a nove anni di reclusione mentre se la lesione è gravissima la pena è da sette a quindici anni; Se il fatto è commesso come atto di odio, prevaricazione o di discriminazione la pena è maggiormante aumentata da un terzo alla metà.

Cerchi un avvocato penalista per maltrattamenti in famiglia?

L’Avvocato penalista Daniele Ingarrica, che esercita a Roma e in tutta Italia, ha maturato una notevole esperienza in questo ambito. Contattalo per una consulenza sulla tua specifica situazione

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