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Diffamazione: Dalla condanna in primo e secondo grado all’assoluzione in Cassazione

Diffamazione: Dalla condanna in primo e secondo grado all’assoluzione in Cassazione

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Nel processo penale esiste un principio non scritto, ma fondamentale: non tutte le condanne sono giuste e non tutte le verità emergono subito. Ci sono casi in cui da un lato l’avvocato deve avere la lucidità, ed il coraggio, di insistere fino in fondo, anche quando le decisioni di merito sembrano chiudere ogni spazio; dall’altro il cliente deve avere piena fiducia dell’avvocato. Questo è uno di quei casi.

Vi racconto una vicenda iniziata con una condanna per diffamazione in primo grado, confermata in appello e conclusa solo in Cassazione con una assoluzione con formula piena: “perché il fatto non sussiste”.

Il punto di partenza: una accusa di diffamazione.

La vicenda nasce da una comunicazione scritta inviata da Tizia all’amministratore del condominio dove era affittuaria in un appartamento di proprietà di una società. In quella lettera venivano rappresentate alcune circostanze relative alla gestione di un immobile e ai rapporti contrattuali tra Tizia ed i locatori. In particolare, la frase scritta da Tizia, ritenuta offensiva, era che i locatori “avrebbero convertito gli affitti brevi in affitto ad uso civile come prevede RR n. 8 del 2015 e DPCM del Presidente Conte Cura Italia (…) non hanno più registrato il contratto pur autorizzando utilizzare l’appartamento pretendendo affitto in nero e in contanti ciò che ho rifiutato”

Il Processo di primo grado.

I locatori presentavano quindi una querela per diffamazione che, successivamente,  dava vita al procedimento dinnanzi all’Ufficio del Giudice di Pace penale di Roma. All’esito del processo Tizia veniva dichiarata colpevole del reato di diffamazione con condanna a risarcire il danno alle persone offese. La sentenza riteneva che, le affermazioni contenute nella missiva, fossero gravissime e tali da incutere forte preoccupazione per risvolti con il fisco.

Il giudizio di appello.

La mia convinzione era che, quella frase scritta nella comunicazione all’amministratore di condominio, non potesse integrare il reato di diffamazione in quanto non era in grado di ledere il bene giuridico dell’onore ed inoltre che, Tizia, non avesse avuto alcuna specifica volotà di diffamare nessuno.

In questo caso, non era necessaria una particolare strategia difensiva in quanto i fatti erano molto semplici. Era solo un problema di interpretazione della norma penale e di una valutazione giuridica precisa. L’appello, pertanto, si fondava su due elementi essenziali: assenza di contenuto realmente diffamatorio ed assenza del dolo, ovvero della volontà di Tizia di offendere i due locatori.

Nonostante ciò, il Giudice di Appello di Roma ha confermato la sentenza di primo grado e condannava ulteriormente Tizia alle spese del processo di appello ed alla refusione delle spese sostenute dalla parte civile.

Le decisioni di merito: quando la verità non emerge subito.

Nonostante la mia convinzione sull’innocenza di Tizia, sia il Giudice di Pace che il Giudie dell’Appello avevano ritenuto sussistente il reato. È proprio in questi momenti che si misura la differenza tra una difesa ordinaria e una difesa consapevole delle proprie capacità e della bontà delle proprie convinzioni. Un avvocato penalista sa che non tutte le motivazioni sono corrette e che non tutte le valutazioni di merito sono giuridicamente sostenibili ma, di fronte ad una doppia valutazione negativa, si può andare avanti (e quindi ricorrere in Cassazione), solo quando ci sono preparazione, capacità di analisi e di interpretazione giuridica. Non sempre ci sono gli estremi per proseguire ma, in questo caso, fermarsi avrebbe significato accettare una decisione ingiusta.

La decisione della Cassazione: la verità giuridica emerge.

La Corte di Cassazione ha ribaltato completamente l’esito del processo (scarica qui la sentenza) accogliendo due dei motivi di ricorso che ho redatto. Avevo preparato differenti motivi di ricorso per Cassazione ma, quelli accolti sono stati due ed erano relativi al contenuto della comunicazione che non si riteneva diffamatorio ed alla totale assenza della volontà di diffamare. in particolare:

Quanto al contenuto diffamatorio: la Corte rilevava che le espressioni utilizzate da Tizia, pur dando una connotazione negativa dei destinatari, erano prive di valenza offensiva o denigratoria della loro reputazione. La sentenza di primo e secondo grado avevano illogicamente rinvenuto la lesione della reputazione nella paura delle persone offese di ripercussioni fiscali, circostanza che attesterebbe essa stessa una non corretta gestione contabile.

Quanto all’elemento soggettivo: anche laddove si fosse ritenuto il contenuto diffamatorio, la Corte di Cassazione escludeva la sussistenza del dolo. Ai fini della configurabilità del reato di diffamazione è necessaria la consapevolezza di pronunciare o scrivere una frase lesiva dell’altrui reputazione e la volontà che essa venga a conoscenza di più persone. Nel caso di specie, non era ravvisabile la volontà di danneggiare le persone offese, né la consapevolezza dell’offensività della condotta.

Pertanto, la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza impugnata con la formula perché il fatto non sussiste.

Conclusione

Il dato più rilevante di questa vicenda non è solo il risultato finale, ma il percorso. Due sentenze di condanna non hanno impedito di fare giustizia. Questo dimostra che:

  • il processo penale non è mai “finito” fino alla Cassazione;
  • la verità giuridica può emergere anche in una fase avanzata;
  • la qualità della difesa, saper leggere criticamente le sentenze, individuarne gli errori e credere nella possibilità di raggiungere la verità, è determinante.

Partire da una condanna per diffamazione e arrivare a una assoluzione piena in Cassazione non è un risultato casuale. È il frutto di esperienza, competenza, una corretta lettura giuridica del caso e, soprattutto, della capacità di non arrendersi.

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FAQ – Diffamazione e Cassazione

Quando una frase integra il reato di diffamazione?

Una frase integra il reato di diffamazione quando è idonea a ledere la reputazione di una persona assente e viene comunicata a più soggetti. Tuttavia, non basta il contenuto potenzialmente offensivo: è necessario anche il dolo, cioè la volontà di offendere. In assenza di questo elemento, il reato non sussiste.

Si può essere assolti per diffamazione in Cassazione?

Sì. La Corte di Cassazione può annullare una condanna per diffamazione quando rileva errori di diritto o vizi nella motivazione. In particolare, può escludere il reato se manca l’elemento soggettivo come nel caso appena letto o se le frasi sono state male interpretate dai giudici di merito.

Quando la diffamazione non costituisce reato?

La diffamazione non costituisce reato quando manca la volontà di offendere e quando il contenuto della frase non è oggettivamente idonea a ledere l’onore e la reputazione di un soggetto. L’oggettività è determinata dalla sensibilità dell’uomo medio. Quindi una persona particolarmente suscettibile che si offende per un nonnulla non potrà mai invocare la lesione del diritto del suo onore.

Che ruolo ha il contesto nella valutazione della diffamazione?

Il contesto è fondamentale. Una stessa frase può essere considerata diffamatoria o meno a seconda della situazione o del contesto sociale in cui viene pronunciata o scritta. Nei rapporti conflittuali, ad esempio, alcune espressioni possono essere interpretate come sfoghi o contestazioni, e non come attacchi alla reputazione.

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