Avvocato dobbiamo vincere!!! Quante volte il nostro cliente ci ha detto questa frase? Ma cosa significa “vincere” un processo penale?
Nel linguaggio comune si sente spesso parlare di processi “vinti” o “persi”. Si immagina la tesi della difesa che batte quella dell’accusa, o viceversa, come se l’aula di tribunale fosse un campo da gioco. Nel diritto penale, però, questa logica da stadio semplicemente non esiste. Nel processo penale non ci sono vincitori né vinti nel senso classico del termine. L’unico vero obiettivo del processo è fare giustizia.
Leggi qui un caso reale sul concetto di “vincere” in un processo penale: Accolto ricorso in Cassazione per errata valutazione della Corte di Appello sulle circostanze
La verità storica Vs verità processuale.
Per comprendere appieno le dinamiche di un’aula di tribunale, è fondamentale fare una distinzione chiave: quella tra verità storica e verità processuale. La verità storica rappresenta ciò che è accaduto nel mondo reale, la realtà dei fatti così come si sono svolti, istante per istante. La verità processuale, invece, è l’unica verità a cui il giudice può accedere ed è il frutto di quello che si riesce a dimostrare in aula attraverso le prove idonee e ammissibili per legge.
Queste due dimensioni spesso non convergono nella stessa direzione, e le ragioni sono molteplici:
- garanzie e regole procedurali: nel processo penale il fine non giustifica mai i mezzi. Se una prova viene acquisita violando i diritti fondamentali dell’imputato (ad esempio un’intercettazione telefonica non autorizzata), quella prova viene esclusa. Anche se è una prova essenziale e la cosiddetta prova regina. La legge preferisce rischiare di non accertare un fatto storico piuttosto che rinunciare alle garanzie di libertà del cittadino;
- i limiti delle prove: i ricordi dei testimoni possono sbiadire o distorti dal tempo, i reperti scientifici possono essere incompleti o degradati e la documentazione può essere interpretata in modo non autentico o addirittura andare smarrita. Il processo deve basarsi solo sui fatti certi e documentabili, non sulle supposizioni;
- il principio del ragionevole dubbio: per condannare una persona occorre la certezza “oltre ogni ragionevole dubbio“. Se la verità storica suggerisce la probabile colpevolezza di qualcuno, ma non c’è la prova schiacciante, la verità processuale deve necessariamente sfociare nell’assoluzione.
La divergenza tra le due verità non è un fallimento del sistema, ma la diretta conseguenza delle tutele dello Stato di Diritto e dei principi ispiratori del nostro sistema sociale. La verità processuale non pretende di sostituirsi alla verità assoluta, ma garantisce che nessuno possa essere condannato senza che la sua responsabilità sia stata dimostrata nel rispetto rigoroso delle regole e delle libertà di tutti.
La vera vittoria è della società.
Vincere significa battere qualcuno, o essere migliori o superiori ad altri in ambito sportivo. Il processo penale non è uno scontro o una gara tra due più persone ma è lo Stato che, messo a conoscenza di un determinato fatto storico, procede nei confronti di una persona quando ci sono le prove che questa abbia commesso qualche cosa ritenuta dal legislatore come reato. Lo scopo è tutelare quelle libertà fondamentali e rendere una società “vivibile”.
In questo caso non ci sono avversari da battere o nemici da sconfiggere, c’è solo la ricerca della verità. L’unica vittoria che si può ipotizzare al termine di un processo è quella nell’aver contribuito a rendere una società più giusta. E questo sia in caso di condanna che in caso di assoluzione.
Quando un processo si conclude, a vincere è sempre la collettività.
Quando un processo si conclude, a vincere è sempre la collettività, indipendentemente dal verdetto:
- in caso di condanna: perché evidentemente il soggetto ha veramente commesso una qualche cosa di illecito e quindi, in base al nostro sistema giudiziario, per la sua rieducazione e la sua comprensione al disvalore sociale del fatto (ed evitare nuove azioni penalmente illecite), necessita una punizione ripristinando così la legalità e tutelando la sicurezza pubblica;
- in caso di assoluzione: perché è provato che il soggetto non ha effettivamente commesso quello di cui è accusato. si è evitato l’errore giudiziario più grave, ovvero punire un innocente. Si protegge la libertà dell’individuo e si riafferma la presunzione di innocenza.
La giustizia non misura il suo successo sul numero di condanne o di assoluzioni, ma sulla correttezza e sull’equità del percorso fatto per arrivare alla verità processuale.
Il ruolo dell’avvocato penalista: garante delle regole, non giocatore.
Di conseguenza, cambia radicalmente la figura del difensore. L’avvocato penalista non è un mercenario ingaggiato per “vincere a tutti i costi”, né il suo lavoro si misura esclusivamente sul traguardo dell’assoluzione. Il compito dell’avvocato è garantire che il cittadino imputato affronti un giusto processo, tutelato in ogni singolo diritto fondamentale di fronte allo strapotere dello Stato.
Cosa significa difendere in caso di condanna?
Quando le prove a carico dell’imputato sono schiaccianti, il ruolo della difesa non viene meno, anzi diventa ancora più delicato. In caso di condanna, la funzione dell’avvocato è assicurarsi che la pena sia giusta, proporzionata e mai eccessiva. La Costituzione vieta le pene esemplari o vendicative.
Il lavoro del legale, di fronte a una responsabilità accertata, consiste nel far riconoscere sempre e comunque i diritti garantiti. Ovvero garantisce l’applicazione delle giuste attenuanti, l’applicazione della sanzione corretta prevista dalla legge ed evitare che l’imputato subisca un accanimento giudiziario. Spesso per ottenere “giustizia” è necessario arrivare in Cassazione, ma alla fine sono rari i casi in cui non ci si riesce.
Ottenere cinque anni invece dei dieci (sproporzionati) chiesti dall’accusa significa significa aver garantito che la pena sia conforme al principio costituzionale della rieducazione e della proporzionalità. Vincere un processo penale non significa farla franca. Significa far funzionare lo Stato di Diritto. Quando le regole vengono rispettate e la pena applicata è equa, ha vinto la giustizia e con essa, tutti noi.
FAQ – Giustizia Penale, Ruolo dell’Avvocato e Verità Processuale.
1. Chi vince davvero in un processo penale?
Nel processo penale non vince l’accusa né la difesa: vince la società. L’obiettivo del processo non è battere un avversario, ma fare giustizia. Sia l’assoluzione di un innocente sia la condanna di un colpevole rappresentano una vittoria per la collettività e per lo Stato di Diritto.
2. Un’assoluzione è una vittoria dell’avvocato penalista e una condanna è una sua sconfitta?
No. L’avvocato penalista non è un giocatore che vince o perde una partita. L’assoluzione è la logica conseguenza dell’assenza di reato o di prove insufficienti; la condanna attesta una responsabilità accertata. Il successo del lavoro dell’avvocato si misura nella sua capacità di far rispettare le regole e della sua capacità di garantire la legalità durante tutto il percorso giudiziario, non sul verdetto finale ad ogni costo.
3. Qual è il reale ruolo dell’avvocato penalista?
Il ruolo del difensore è quello di garante del giusto processo. L’avvocato penalista assicura che l’imputato venga giudicato nel rispetto delle sue tutele e dei suoi diritti fondamentali, proteggendolo da eventuali abusi o dall’applicazione impropria della legge.
4. Se l’imputato è colpevole, qual è il compito della difesa?
Quando la responsabilità dell’imputato è accertata, il compito dell’avvocato è garantire che la pena inflitta sia giusta, proporzionata e mai eccessiva o esemplare. L’avvocato lavora per far riconoscere le giuste attenuanti ed evitare accanimenti giudiziari, garantendo il rispetto del principio costituzionale della rieducazione del condannato.
5. Qual è la differenza tra “verità storica” e “verità processuale”?
- Verità storica: È la realtà dei fatti per come si sono svolti nel mondo reale.
- Verità processuale: È la ricostruzione dei fatti a cui giunge il giudice basandosi esclusivamente sulle prove ammissibili e legittimamente acquisite nel corso del processo.
6. Perché la verità processuale può non coincidere con quella storica?
Le due verità possono divergere per diverse ragioni:
- Regole sulle prove: Una prova decisiva per la verità storica non può essere usata nel processo se è stata ottenuta violando la legge o le garanzie difensive.
- Limiti delle testimonianze e dei reperti: I testimoni possono dimenticare e le prove materiali possono essere incomplete.
- Il principio del ragionevole dubbio: Se sussiste anche un solo dubbio fondato, la verità processuale impone l’assoluzione, anche se la verità storica suggerisce la probabile colpevolezza dell’imputato.
7. Il fatto che la verità processuale differisca da quella storica è un difetto della giustizia?
No, non è un fallimento del sistema, ma una garanzia dello Stato di Diritto. L’ordinamento penale preferisce rischiare di non accertare un fatto storico piuttosto che violare le libertà fondamentali dei cittadini o condannare qualcuno sulla base di sospetti o prove illegittime.
